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Spontaneità vs. Artificiosità

24 febbraio 2010 Ivan Ottaviani Nessun commento
Editoriale

Edi­to­riale

E’ appena ter­mi­nato il mee­ting Toast­ma­sters in IULM, è stata una bella riu­nione, il table topic ha coin­volto anche gli ospiti, gli spea­kers hanno dato discorsi inte­res­santi, sfi­dan­dosi con un nuovo obiet­tivo richie­sto dal manuale e hanno cer­cato di miglio­rare ulte­rior­mente le loro abi­lità nel par­lare di fronte ad un pub­blico. Prima di chiu­dere l’incontro, come fac­cio di solito, chiedo un feed-back agli ospiti. Un ragazzo chiede sicuro la parola, si alza in piedi e com­menta:- “Sì è stato molto inte­res­sante, ma…non so, ho tro­vato che ci fosse qual­cosa di artificioso!”

Non è la prima volta che un ospite esprime un com­mento di que­sto tipo, con il timore di per­dere la spon­ta­neità ed è per que­sto che vor­rei dare una rispo­sta a que­sto annoso ed amle­tico dub­bio che a volte tor­menta chi ci fa visita.

Il nostro club è una pale­stra. Lo ripe­tiamo in con­ti­nua­zione per­ché que­sto è l’incredibile van­tag­gio e il punto di forza del Toast­ma­sters. Una pale­stra non è l’arena di com­pe­ti­zione, è il luogo dove ci si allena, dove si fa pra­tica, dove si spe­ri­menta. Si ripe­tono sem­pre gli stessi movi­menti o se ne impa­rano di nuovi mai eser­ci­tati e lo si fa fin­ché non ven­gono bene.

Anche se fac­ciamo di tutto per avere riu­nioni di qua­lità, ora­tori inte­res­santi e sem­pre più pre­pa­rati, non è nostra prima inten­zione dimo­strare quanto siamo bravi; que­sto aspetto è del tutto secon­da­rio. Prima di tutto la pale­stra: un luogo dove chi non ha mai par­lato in pub­blico può per­met­tersi di farlo per la prima volta anche se trema come una foglia, anche se si inter­rom­perà e poi ripren­derà con un grosso sospiro e quando avrà ter­mi­nato rice­verà un applauso di inco­rag­gia­mento. Nel secondo e terzo discorso farà sicu­ra­mente meglio e comin­cerà a miglio­rare alcuni aspetti del suo par­lare in pub­blico. Se prima guar­dava per terra, ora userà il con­tatto visivo, magari un po’ troppo o a scatti come il peri­sco­pio di un sot­to­ma­rino. Se prima si strin­geva ner­vo­sa­mente le mani, ora le muo­verà men­tre parla anche se magari ancora come un “robot­tino”. E così via per tutte le altre tec­ni­che che si appren­dono e che con la pra­tica diven­te­ranno sem­pre più fluide, sem­pre più inte­grate, tanto che la per­sona non dovrà nep­pure pensarci.

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