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Spontaneità vs. Artificiosità

Editoriale

Edi­to­riale

E’ appena ter­mi­nato il mee­ting Toast­ma­sters in IULM, è stata una bella riu­nione, il table topic ha coin­volto anche gli ospiti, gli spea­kers hanno dato discorsi inte­res­santi, sfi­dan­dosi con un nuovo obiet­tivo richie­sto dal manuale e hanno cer­cato di miglio­rare ulte­rior­mente le loro abi­lità nel par­lare di fronte ad un pub­blico. Prima di chiu­dere l’incontro, come fac­cio di solito, chiedo un feed-back agli ospiti. Un ragazzo chiede sicuro la parola, si alza in piedi e com­menta:- “Sì è stato molto inte­res­sante, ma…non so, ho tro­vato che ci fosse qual­cosa di artificioso!”

Non è la prima volta che un ospite esprime un com­mento di que­sto tipo, con il timore di per­dere la spon­ta­neità ed è per que­sto che vor­rei dare una rispo­sta a que­sto annoso ed amle­tico dub­bio che a volte tor­menta chi ci fa visita.

Il nostro club è una pale­stra. Lo ripe­tiamo in con­ti­nua­zione per­ché que­sto è l’incredibile van­tag­gio e il punto di forza del Toast­ma­sters. Una pale­stra non è l’arena di com­pe­ti­zione, è il luogo dove ci si allena, dove si fa pra­tica, dove si spe­ri­menta. Si ripe­tono sem­pre gli stessi movi­menti o se ne impa­rano di nuovi mai eser­ci­tati e lo si fa fin­ché non ven­gono bene.

Anche se fac­ciamo di tutto per avere riu­nioni di qua­lità, ora­tori inte­res­santi e sem­pre più pre­pa­rati, non è nostra prima inten­zione dimo­strare quanto siamo bravi; que­sto aspetto è del tutto secon­da­rio. Prima di tutto la pale­stra: un luogo dove chi non ha mai par­lato in pub­blico può per­met­tersi di farlo per la prima volta anche se trema come una foglia, anche se si inter­rom­perà e poi ripren­derà con un grosso sospiro e quando avrà ter­mi­nato rice­verà un applauso di inco­rag­gia­mento. Nel secondo e terzo discorso farà sicu­ra­mente meglio e comin­cerà a miglio­rare alcuni aspetti del suo par­lare in pub­blico. Se prima guar­dava per terra, ora userà il con­tatto visivo, magari un po’ troppo o a scatti come il peri­sco­pio di un sot­to­ma­rino. Se prima si strin­geva ner­vo­sa­mente le mani, ora le muo­verà men­tre parla anche se magari ancora come un “robot­tino”. E così via per tutte le altre tec­ni­che che si appren­dono e che con la pra­tica diven­te­ranno sem­pre più fluide, sem­pre più inte­grate, tanto che la per­sona non dovrà nep­pure pensarci.

Chi guarda da fuori, però, soprat­tutto se guarda con occhio cri­tico e di con­fronto vedrà l’artificiosità, cogliendo solo un pas­sag­gio di tutto il pro­cesso, non potendo vedere quale enorme miglio­ra­mento la per­sona che sta par­lando ha com­piuto dopo aver dato pochi discorsi.

Que­sta cosid­detta “arti­fi­cio­sità” è sem­pre pre­sente nel nostro club, sia per­ché abbiamo con­ti­nua­mente nuovi soci che affron­tano i primi discorsi, sia per­ché anche chi è ad un livello avan­zato, a volte, vuole spe­ri­men­tare modi diversi che non appar­ten­gono al suo stile, sia infine per­ché nella nostra riu­nione cer­chiamo di stare nei tempi, di avere una disci­plina, di rin­gra­ziare chi ci ha dato la parola e anche que­sto appare come uno schema un po’ rigido.

Nei nostri mee­tings fac­ciamo come quel mae­stro che inse­gnava ai suoi disce­poli met­tendo dei paletti e chie­dendo loro di girarci intorno cer­cando di non farli cadere, poi li met­teva ancora più stretti cer­cando sem­pre di zig­za­gare intorno ad essi. Poi i paletti  veni­vano tolti, ma a quel punto i disce­poli erano diven­tati maestri.

In fondo “ la spon­ta­neità non è che l’ultimo appren­di­mento acquisito”.

Ivan Ottaviani/ACG
The President

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