Spettatori o Protagonisti?

Editoriale

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Anni fa, dopo aver partecipato alla mia prima riunione come ospite del Toastmaster club, ero entusiasta di aver trovato un gruppo che dava l’opportunità di fare pratica nel public speaking e soprattutto, essendo allora l’unico club in Italia, che fosse anche nella mia città! La serata era stata particolarmente interessante e gli oratori che avevo ascoltato erano stati eccellenti. Mi chiedevo se sarebbe valsa la pena iscriversi subito o se non sarebbe stato meglio osservare ancora dal di fuori per qualche tempo. Scelsi di iscrivermi subito perché avevo voglia di partecipare anche io ed al più presto. Visto che avevo voglia di buttarmi nell’arena, mi dissi: “perché aspettare?” Fu una buona decisione e cominciai subito a svolgere dei ruoli.
Ogni ruolo, che fosse ah counter, grammarian, valutatore o speaker presentava una nuova sfida.
Ricoprire un ruolo diverso ad ogni riunione richiedeva attenzione e concentrazione ed era adrenalinico. Quei primi mesi fu come “surfare” sull’onda di diversi discorsi e da un ruolo all’altro. Poi, capitò che per un meeting o due tutti i ruoli erano già coperti e se non venivo chiamato a rispondere al table topic (la sessione di improvvisazione) rimanevo semplice spettatore e curioso osservatore delle novità che ogni meeting, di volta in volta, presentava.
Il fatto è che due o tre meeting da spettatore rischiano di metterti in una zona di tranquillità e pigrizia che ti inghiotte a poco a poco. Il Toastmasters non è fatto per essere spettatori. La partecipazione ad un meeting dà un effettivo vantaggio solo se si è coinvolti, se si partecipa in qualche modo e se ci si mette in gioco. Quando compresi che rimanere spettatori dava “tranquillità”, ma svolgere un ruolo dava una ricompensa maggiore presi la decisione di non rifiutare mai un ruolo e di cogliere ogni occasione per mettermi alla prova. Fu una buona decisione.
Fare, sbagliare, apprendere, sperimentare. Le opportunità che dà il Toastmasters. Ero pronto a fare e sbagliare e a prendermi la ricompensa. Ad un certo punto avevo invertito il “trend vizioso” della tranquillità e della pigrizia. Se facevo e sbagliavo qualcosa ero comunque soddisfatto di quello che avevo imparato e del feed-back che avevo ricevuto. Se rimanevo spettatore, tornavo a casa tranquillo, ma insoddisfatto.
Adesso mettermi in gioco e commettere degli errori mi dava tranquillità, rimanere nella mia zona di comfort mi agitava perché mi sembrava di perdere tempo.
Compresi che la decisione di mettersi in gioco è una decisione che si prende una volta sola e non di volta in volta. Di volta in volta si rischia di ritrattare o di tornare indietro, invece una volta presa la decisione di partecipare in prima persona, non c’è più bisogno di pensarci e tutto si svolge in automatico. Da allora in poi, quando il VP Education chiedeva chi avrebbe voluto fare un discorso al prossimo meeting, la mia mano, senza pensare, si alzava veloce come quella di un cow-boy in un duello.
Conoscevo i rischi, conoscevo la ricompensa. Fu una buona decisione.

Ivan Ottaviani/ACG
The President

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